LA RADICE COMUNE DI ECUMENISMO ED ECOLOGIA

Per la cura della casa comune:

Un’interconnessione aperta alle differenze e alle tensioni polari


Pubblichiamo l’intervento del decano della facoltà di teologia del Pontificio Ateneo Antonianum alla presentazione del numero 1-2 della rivista trimestrale «Studi ecumenici», edita dall’Istituto di studi ecumenici San Bernardino.


La prossimità etimologica che sottolinea il legame tra ecologia e ecumenismo evidenzia quell’interconnessione, che costituisce il filo conduttore dello stesso volume. C’è una storia della passione ecologica dell’ecumenismo, già avviata all’inizio degli anni ’70 in risposta al celebre Rapporto del Club di Roma I limiti dello sviluppo, che la Laudato si’ traduce in operatività inclusiva, come si nota fin dalla sua stessa presentazione, presenziata da un climatologo e da un teologo ortodosso. Inclusività e interconnessione risaltano nel testo stesso dell’enciclica, che dà voce a un filosofo riformato come Paul Ricoeur e a un teologo evangelico come Jürgen Moltamann, per non parlare degli importanti riferimenti allo stesso Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli, indicato come fonte di ispirazione primaria del magistero ambientale petrino.

Interconnessione sì, ma asimmetrica, cioè aperta alle differenze, ad una tensione polare, esito di contrapposizioni mai sopite, come, ad esempio, quelle tra economia ed ecologia (pur legate dalla medesima assonanza etimologica), giustizia sociale e sostenibilità ambientale, lode e grido. Abitare i contrasti è sinonimo di rispetto per una complessità che non tollera semplificazioni. Complessità che non tollera un mero organicismo sistemico elevato a metodo di analisi. Non una salvezza dal mondo, per sfuggire alle tensioni, ma una salvezza nel mondo e col mondo: una unità nella differenza, evidenziata dalla pluralità espressa dal messaggio stesso delle creature. L’interconnessione asimmetrica si dimostra la vera originalità della Laudato si’, come sembra suggerire lo stesso curatore e come, in effetti, è dato constatare mediante una lettura incrociata dei differenti contributi.

Una interconnessione minacciata da una produzione industriale, che mentre si dichiara a favore della sostenibilità sociale mette a repentaglio la sostenibilità ambientale: è questo il dato che emerge dal contributo delle scienze naturali. La falsa dicotomia del paradigma che contrappone economia a ecologia, sostenibilità sociale a sostenibilità ambientale è forse più grave della stessa crisi ambientale, provocata dalla tecno-finanza occidentale, la stessa che Fratelli tutti denuncia ora, apertamente, attribuendo ad essa la qualifica di “neoliberismo”, che frantuma la fraternità. È doveroso infatti chiedersi: l’agricoltura industriale che ha ottenuto un innalzamento della produttività per soddisfare il fabbisogno alimentare di una popolazione in continuo aumento ha compiuto un’operazione davvero sostenibile? A pronunciare un no insindacabile sono i numerosi dati forniti dagli esperti di biodiversità, di immigrazioni, di clima, di approvvigionamento idrico, di conflitti e ora anche da quelli di epidemiologia, che in questi giorni ci istruiscono sulle cause remote del virus covid-19. Il debito ecologico accumulato dal sistema industriale che si arroga il merito di sfamare la popolazione mondiale, combattendo la povertà, si dimostra davvero incolmabile, rischiando la bancarotta.

Il ritorno alle produzioni locali, che oggi garantiscono ancora ¼ della biodiversità è soltanto esito di una ideologia indigenista e anticapitalista? È solo un problema di mancanza di distribuzione a creare disuguaglianza o è invece l’insostenibilità radicale della cultura tecnico industriale, che ricatta le Chiese, agitando lo spauracchio di un ecologismo maltusiano? Non è stato forse il timore per l’ideologia maltusiana degli organismi internazionali e dei movimenti ambientalisti a bloccare il primo timido tentativo di denunciare la “catastrofe ecologica” da parte di Papa Paolo VI , il paladino dello sviluppo umano integrale? Chi pretende di salvare l’essere umano, mettendo in second’ordine la natura, cioè puntando unicamente su soluzioni tecniche, potrà mantenere le sue promesse? O, viceversa, chi pretende di salvare la natura dall’essere umano, riuscirà nella sua impresa? E l’ecologia che si applica, di fatto, solo nei Paesi ricchi è forse sostenibile? Se la scienza giunge a dimostrare l’insostenibilità del sistema occidentale di produzione industriale, non riesce però a smascherare la dicotomia del suo riferimento culturale, antropologico, perché non giunge ancora a cogliere l’unità tra i saperi, l’interconnessione come radice della realtà!

La riflessione condotta sulla base della tradizione della Chiesa orientale ha il merito di fornire profondità teologica all’idea di interconnessione, dimostrandone come l’unità ontologica soggiacente. L’essere umano è snodo tra dimensione materiale e spirituale, al punto che ogni peccato affonda la sua radice in una trasgressione dell’equilibrio naturale. Non ci può essere, perciò, processo di riconciliazione con Dio senza una guarigione del rapporto con le creature. Maltrattare la natura produce lo smarrimento del senso della bellezza; il non coltivarla induce alla pigrizia; la non gratitudine genera ignoranza. L’essere umano non può salvarsi senza la creazione. La materia è sacramento della lode, come dimostra l’eucaristia, nella quale il pane e il vino si fanno segno e strumento del rendimento di grazie.

La Sollicitudo rei socialis è la prima a parlare non di interconnessione ma soltanto di interdipendenza, riguardante l’ambito sociale. Il tema dell’ambiente non compare tra le criticità, ma viene valutato solo come elemento utile a sostenere la consapevolezza dell’interconnessione, a rafforzare il primato dell’ordine cosmico su quello economico. È Benedetto XVI a parlare per primo di ecologica come indicatore di una crescita economica distorta. Egli è il primo a sottolineare la stretta interdipendenza tra ecologia e diritto, economia, politica e cultura. Per lui, però, la crisi ecologica dipende dalla crisi antropologica, e perciò è risolvibile unicamente con il recupero di una ecologia umana, che metta al centro il senso del dono. Si tratta ancora di una visione antropocentrica, sebbene aperta alle problematiche ambientali.

L’originalità della Laudato si’ consiste nell’avere evidenziato la crisi ambientale non solo come riflesso della crisi sociale e sua conseguenza, ma come evidenza di un tradimento dell’alleanza con Dio. Si viene a scoprire così la sua radice teologica, esito della stessa fratellanza ecumenica e della sororità ecclesiale. Si supera nel contempo puro interesse antropologico, quasi autoreferenziale, come indicato dal fatto stesso della centralità attribuita dalla Chiesa cattolica alla dottrina sociale. Per Papa Francesco l’interconnessione non è solo interna all’ordine sociale, ma traccia un raccordo tra l’ordine sociale e quello naturale, onde offrire una soluzione al dilemma tra ecocentrismo e antropocentrismo. L’altra idea originale della Laudato si’, in linea con gli assiomi già enunciati nella Evangelii gaudium, e ribaditi nella Fratelli tutti, è l’aspetto dinamico dell’unità tra essere umano e ambiente: un’unità che presuppone il conflitto, valutato quasi come propellente dello processo stesso. L’unità rappresenta l’orizzonte escatologico e anche quello protologico, ma nel corso della storia occorre stare dentro il conflitto, abitare il processo.

Ma tornando al concetto base dell’interconnessione tra essere umano e ambiente, ecologia ed economia, ciò è possibile soltanto a condizione che alla natura venga riconosciuto un valore a sé stante, un valore intrinseco a prescindere la ogni tipo di funzionalità umano-sociale. La natura è custode di un valore teologico che non è l’essere umano a conferirle; un valore che l’essere umano è invece chiamato a riconoscerle come conferito da Dio stesso. C’è una relazione tra Dio e la terra che precede quella tra Dio e l’uomo, tra l’uomo e la terra e tra gli esseri umani: tale relazione configura la natura come creazione ( LS 76), concepita principalmente per la lode di Dio e solo secondariamente per il servizio alla vita dell’uomo ( LS 72). L’essere umano, infatti, non è solo coltivatore del giardino, ma suo custode. E la coltivazione presuppone chiaramente la custodia. Anzi, la cura del rapporto con il pianeta non è solo funzionale alla coltivazione del suolo e alla distribuzione delle risorse, ma ha un valore originario, indipendente dalle dinamiche sociali e dallo stesso equilibrio antropologico. Sembrerebbe qui invertirsi l’argomento secondo cui il degrado ambientale manifesta il degrado sociale: il disordine dei rapporti umani non solo perverte l’uso delle risorse, ma riflette una distorsione originaria della relazione con il creato. Si verifica cioè una reciprocità, una interconnessione tra la sfera antropologica e quella ambientale anche sul piano della rottura dell’equilibrio, retto dall’unico ordine dell’amore ( LS 77): la violazione dell’armonia naturale, operata dall’antropocentrismo dispotico, ferisce il medesimo equilibrio antropologico ( LS 83).

La Laudato si’ ravvisa la crisi di questo tempo nella rottura delle relazioni e identifica nell’ambiente il punto di partenza imprescindibile per riannodare i fili di una lacerazione sociale, antropologica e spirituale senza precedenti. Impegna perciò i credenti a fare della chiesa un luogo di convocazione per un contatto fisico, cristico con gli abitanti delle periferie esistenziali, in quanto esperti principali del degrado ambientale e quindi in grado di suggerire in una diaconia veramente ecclesiale, utile per trovare una via di soluzione alla crisi ecologica.

L’opzione per i poveri non basta però, da sola, a trovare una via di uscita a una crisi davvero planetaria; occorre ascoltare nel contempo il grido della terra, perché in esso è contenuta come la chiave di volta degli stessi rapporti sociali, il segreto del funzionamento delle istituzioni, come di ogni architettura sociale umana. La stessa cura, avendo necessariamente a che fare con la sfera fisica, corporea rimanda ad una irrinunciabile dimensione animale. Nella cifra materiale della voce del creato si dà la possibilità di evitare il pericolo di una certa gnosi, di cui si rende sospetta la cultura digitale e lo steso transumanesimo.


Per un tale cambiamento di paradigma anche a livello teologico, risulta utile se non indispensabile la meditazione dell’epistemologia indigena. «Per i popoli originari [infatti] tutto è visto a partire dalla relazione stretta con la terra che è utero, rifugio e sostegno di tutte le manifestazioni di vita».




da osservatoreromano.va

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